Riccardo Fraccaro BLOG

Sait e cooperazione: non scordiamo i principi di don Guetti

Il dramma che stanno vivendo in questi mesi i lavoratori del Sait e le loro famiglie impone non solo che si faccia tutto il possibile per evitare il licenziamento di oltre cento persone, ma mette anche le istituzioni e la politica di fronte alla necessità di operare una seria riflessione sul futuro della cooperazione trentina. Una cooperazione che in generale ha ormai assunto dimensioni e logiche prettamente industriali e sta mostrando preoccupanti segnali di scollamento da quelli che sono (o dovrebbero essere) lo spirito e i valori originari: trasparenza, solidarietà e giustizia sociale.

I problemi della cooperazione trentina non nascono e muoiono con la vicenda del Sait, che anzi è solo l’ultimo triste esempio di un problema che ha radici più profonde. Anche se dello scandalo LaVis non si parla più (con gran sollievo di una parte della politica trentina) e anche se tra la cantina cooperativa e il Sait non vi è alcun legame diretto, tuttavia, alla base dei problemi di entrambe le società pare esservi un denominatore comune: la crisi valoriale che serpeggia da anni nel mondo della cooperazione trentina.

Una crisi fatta di operazioni immobiliari spregiudicate e investimenti speculativi finiti male e che nascondono l’istinto predatorio del guadagno facile a breve termine anziché lo sviluppo diffuso della personalità umana e delle collettività locali. Una crisi in cui anche le istituzioni provinciali, che avrebbero il compito di garantire la tutela dei diritti dei lavoratori e nel contempo vigilare sulle società cooperative, hanno la loro responsabilità, avendo adottato in questi anni un atteggiamento ambiguo e preferito in molti casi la coltre spessa del silenzio alla necessaria trasparenza.

La risposta del ministro Poletti alla mia interrogazione, che intendeva far luce sulla presunta esternalizzazione operata in questi mesi dal Sait a scapito dei dipendenti nel frattempo posti in cassa integrazione a zero ore (a carico del sistema previdenziale, dunque della collettività), ha rivelato che la Provincia di Trento non ha fornito al Governo alcuna notizia sul punto. Eppure, già ad agosto Filcams Cgil aveva richiesto l’intervento dell’Ufficio ispettivo del lavoro, che solitamente è piuttosto rapido ad intervenire: in questo caso, invece – forse per la dimensione e per il ruolo centrale ricoperto dal Sait nel sistema socio-economico trentino –, l’esito è ancora incerto. Un fatto preoccupante, non solo perché la vicenda del Sait necessita della massima trasparenza, specialmente in una fase in cui è in gioco il destino lavorativo di tante persone, ma soprattutto perché l’inattività della Provincia alimenta dubbi e incertezze.

È stato, quindi, sulla base dei dati forniti dal M5S in replica (messi a disposizione dalle rappresentanze sindacali) che il Governo si è impegnato a monitorare la situazione. È nostro dovere rispondere in maniera rapida e adeguata, perché a pagare il prezzo della ristrutturazione sono i lavoratori. E tra di loro, spiace dirlo, figurano anche soggetti con problemi di idoneità alla mansione (conseguenza di lavori pesanti protratti per anni o talvolta anche di infortuni) o con carichi familiari, che potrebbero essere i primi a venire espulsi dal processo produttivo, visto che, da quanto si apprende dalla stampa, nella scelta dei soggetti da licenziare pare che Sait voglia agire prevalentemente sulla base di criteri tecnico-organizzativi.

La scelta di licenziare sulla base del mero criterio della produttività deriva da un’interpretazione distorta del concetto di meritocrazia e cozza contro lo spirito proprio del movimento cooperativo. La coesione sociale e, nel caso specifico, un clima aziendale salutare, sono garantiti solo se viene garantita una pluralità di valori che vanno al di là del mero criterio della produttività. Tutti i lavoratori vanno inclusi e incoraggiati nell’ente cooperativo, perché questo non è un’entità economica come le altre, ma è anzitutto un’entità sociale, che deve dare pieno significato alla dignità dell’uomo e ispirarsi a valori di giustizia sociale e solidarietà. Tutti hanno diritto a godere di pari opportunità e ad avere un lavoro, non solo in considerazione di coefficienti matematici derivanti da logiche tecnico-produttive, ma per le loro caratteristiche personali, anche se, talvolta, queste sono limitate. La cooperazione dovrebbe adoperarsi per consentire a tutti i propri soci e dipendenti di vivere una vita dignitosa e non arrogarsi la decisione di allontanare quelli che vengono chiamati impropriamente “esuberi”, per rimediare a scelte strategiche sbagliate. Una società cooperativa che traccia una riga tra lavoratori “migliori” e “peggiori”, distinguendo tra chi sta in alto e ha un lavoro e chi sta in basso e viene espulso dal contesto aziendale in cui ha lavorato per anni, è una contraddizione in termini.

L’appello che rivolgo alla direzione del Sait e alle istituzioni provinciali è semplicemente quello di ricordare le parole di don Guetti: “Il Trentino ha bisogno di unione e non di discordia, di lavoro assiduo che aumenti le poche forze che possiede, e non le diminuisca, di azione caritatevole che colleghi in uno tutti i ceti di persone, non di zelo intemperante che disperda e divida”.

 

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