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Rossi taglia le scuole pubbliche e arricchisce le private

Rossi taglia le pubbliche e arricchisce le private«C’è un paradosso nel sistema scolastico trentino: da una parte le scuole pubbliche a corto di risorse, con decine di insegnanti precari, alcune costrette a chiudere per decreto della Provincia autonoma di Trento, come le scuole elementari di Torcegno e di Soraga, l’asilo di Raossi in Vallarsa e la ragioneria “Curie” di Pergine. Dall’altra, istituti privati che continuano a essere finanziati dalla Provincia, con un piano triennale che sfiora i 150 milioni di euro, senza che alle sovvenzioni corrisponda un controllo sulla qualità dell’insegnamento e soprattutto sul sistema di assunzioni e sulla tutela degli insegnanti. Insomma, per alcune realtà scolastiche si dice che i soldi non ci sono, mentre per altre i soldi ci sono eccome e aumentano di anno in anno. Pratica scellerata e, nel caso di Soraga, addirittura lesiva dei diritti delle minoranze linguistiche, su cui mi auguro che il governatore Rossi faccia immediato dietrofront». Parte da qui il deputato M5S Riccardo Fraccaro, per tornare a sollevare il problema della disparità tra scuola pubblica e privata e in particolare la questione dei finanziamenti provinciali agli istituti privati, scoperchiando il vaso di Pandora attraverso tutta una serie di dati e confronti.

«Emblematico è il caso della formazione professionale: ci risulta, infatti, che agli istituti paritari (cioè istituti privati finanziati dall’ente pubblico) per l’anno formativo in corso siano toccati 43,8 milioni di euro. Nell’anno precedente 2012-2013 il finanziamento era stato di 41.593.798 euro. Come si può vedere, le cifre vanno in crescendo: altri 44,5 milioni sono stati stanziati per il 2016-2017 e 44,7 milioni per il 2017-2018. Agli istituti professionali provinciali vanno, invece, solo circa 10 milioni all’anno. Una differenza abissale, di cui non è chiaro il motivo. Le scuole professionali paritarie contano in totale 4.652 studenti, quelle provinciali 1.612 studenti. Se facciamo una semplice proporzione tra l’importo finanziato e il numero di alunni iscritti, risulta che il costo per studente nelle paritarie è di 9.415 euro, mentre negli istituti professionali provinciali è di 6.203 euro. Una differenza quasi del 50%, che fa sorgere il dubbio che nelle scuole paritarie qualcosa non funzioni come dovrebbe. Le scuole paritarie, infatti, non hanno maggiori spese rispetto a quelle provinciali: nel caso del Cfp Veronesi di Rovereto, ad esempio, la Provincia – oltre a un contributo che nell’anno 2012-2013 ammontava a 3.030.450 euro per 313 studenti (quindi con un costo a studente di ben 9.681 euro) – fornisce anche laboratori e attrezzature. Non v’è nulla, quindi, che giustifichi questo divario e la Provincia dovrebbe, anzi, controllare con più severità con quali criteri e per quali scopi vengono impiegati i soldi pubblici».

Significativo è anche il rapporto tra lo stipendio annuo dei presidi degli istituti professionali privati e il numero di studenti iscritti, se paragonato con quello degli altri presidi delle scuole pubbliche trentine e anche di questo Fraccaro offre dettagliata rendicontazione: «Prendiamo ancora una volta l’istituto Veronesi, perché è tra tutti quello che spicca di più: nell’anno 2014-2015 la dirigente ha percepito uno stipendio pari a 101.113,35 euro, a fronte, come si diceva, di 313 studenti. Una cifra da capogiro, se la paragoniamo allo stipendio dei presidi degli istituti pubblici trentini. Stando a quanto pubblicato dall’Adige del 31 ottobre scorso, Alberto Tomasi, ex preside del Da Vinci, con 95.492 euro risultava essere il più pagato del 2014. Con la differenza che il Da Vinci ha 1.098 studenti, quasi il quadruplo rispetto al Veronesi e si tratta comunque di presidi che per arrivare dove sono hanno superato un concorso pubblico e hanno un titolo di studio adeguato al ruolo ricoperto».

«È evidente – prosegue Fraccaro – che molte cose in questo sistema non funzionano. Non è ammissibile che a fronte di cotanto finanziamento pubblico un istituto privato si permetta di fare ciò che vuole. Come minimo dovrebbe adottare un sistema trasparente e imparziale di assunzioni, ma anche in questo caso non è così, visto che gli istituti paritari come il Veronesi possono assumere senza concorso e quindi anche parenti, amici, fidanzati, fratelli e sorelle senza controllo».

«L’aspetto che tuttavia ci scandalizza di più è che proprio il governatore Rossi, la più alta carica provinciale, invece di andare a fondo della questione per garantire correttezza e regolarità visti gli ingenti finanziamenti pubblici, non se ne curi per nulla e, al contrario, non perda occasione per elogiare l’operato delle paritarie e del Cfp Veronesi in particolare. Ma il motivo è chiaro: il Cfp Veronesi incarna alla perfezione il modello scolastico della Buona Scuola renziana a cui anche Rossi si ispira. Una scuola dove il preside si chiama manager, dove al posto degli insegnanti ci sono i consulenti e dove il personale docente viene assunto senza concorsi e secondo criteri puramente discrezionali dal dirigente scolastico, che può addirittura scegliere tra i suoi parenti senza doverne rendere conto. A Rossi e Laura Scalfi, la dirigente del Veronesi che si vanta della “patrimonializzazione” della sua scuola e dell’utile conseguito (1,5 milioni di euro) affermando che “ci sono aziende che sarebbero contente”, ricordiamo che la scuola non può essere in alcun modo assimilata ad una azienda, in quanto non produce beni di consumo, è fatta di persone con le loro specificità e diversità. Il declino della scuola pubblica è iniziato proprio quando si è cominciato a parlare di presidi manager e a scimmiottare il sistema scolastico dei paesi anglosassoni. Insistere su questa strada è assurdo. La scuola era uno dei pochi comparti della pubblica amministrazione a corruzione limitata, ora molto probabilmente si porterà a livelli alti. Il sistema che Rossi sta introducendo in Trentino è un sistema iniquo, che penalizza il corpo insegnante e al tempo stesso gli studenti, che impoverisce le periferie e le valli, private di servizi fondamentali come le scuole e gli asili semplicemente perché non rispettano una soglia minima di studenti, che penalizza la cultura e lede i diritti delle minoranze linguistiche, la cui sopravvivenza è affidata in primo luogo alle scuole di paese, che produce un livellamento verso il basso e crea enormi danni alla sistema scolastico provinciale e alle sue eccellenze, come la formazione professionale, fiore all’occhiello dell’istruzione pubblica trentina».

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