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Napolitano calpesta le Camere, la parlamentarizzazione della crisi è imposta da una mozione già approvata

re-giorgio1Siamo di fronte ad una crisi extraparlamentare, derivante dalle faide interne ad un partito fuori controllo, che deve necessariamente essere formalizzata con un passaggio alle Camere. Negare questa procedura significa calpestare il Parlamento. Il Presidente della Repubblica continua ad abusare del proprio ruolo e vuole collezionare un nuovo capo d’accusa per l’impeachment. Il 15 gennaio 1991 è stata infatti approvata una mozione che impegna espressamente il Governo, qualora intenda rassegnare le dimissioni, a darne previa comunicazione motivata alle Camere.  

Da allora in poi la parlamentarizzazione della crisi è sempre stata rispettata da tutti i capi di Stato, con la sola eccezione di Giorgio Napolitano. È la terza volta che infrange questo principio durante il suo doppio mandato. Per Re Giorgio gli atti di indirizzo politico approvati dalle istituzioni democratiche sono carta straccia, obbedisce solo ai suoi capricci da padre padrone. Napolitano non può espropriare il Parlamento dal ruolo che la Costituzione gli riconosce, “specie in situazioni estranee alle determinazioni assunte dalle Camere, e cioè al di fuori dei casi di negazione della fiducia o di successiva revoca della stessa”: così recita la mozione sulla parlamentarizzazione della crisi di Governo, tutt’ora vigente.

Il premier Letta ha il dovere di comunicare le proprie dimissioni al Parlamento, organo centrale del sistema costituzionale e rappresentante dei cittadini, non al capo del Pd Giorgio Napolitano che ormai rappresenta solo se stesso. C’è solo un modo per arginare questa deriva: il Paese ha bisogno di un nuovo Presidente della Repubblica e di elezioni al più presto.

Qui la mozione del 1991

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10 Comments

  1. Livia van wynsberghe 14 febbraio 2014 at 19:52

    Buona sera. Vorrei consigliare, se posso, di andare alle consultazioni. Anche se si sa che e’ tutto deciso, almeno non potranno dire che i 5s si oppongono a tutto, non date loro piu’ nessuna occasione. Grazie di tutto!

  2. movimentocinquestalle 15 febbraio 2014 at 18:01

    Stai in parlamento e non hai idea di cosa sia una mozione?
    A differenza di Livia che vi suggerisce di andare alle consultazioni, io vi suggerirei di andare a casa. State rubando il vostro stipendio!

    • massimiliano 15 febbraio 2014 at 21:47

      IO CONSIGLIEREI AL MOVIMENTO 5 STALLE DI STARE NELLE STALLE APPUNTO!

  3. Sandro Gugliermetto 16 febbraio 2014 at 10:13

    E’ una mozione, ovvero lo strumento assembleare più debole e insignificante che esista. La mozione, presso qualsivoglia assemblea elettiva, è un generico “auspicio” limitato al momento in cui viene formulato. Non è una legge, non fa giurisprudenza; e questa mozione, fin dalla sua approvazione, non ha mai creato una prassi.
    Ad ogni conto, essa chiedeva “motivata comunicazione” alle Camere: non pretendeva – né poteva farlo – che un Governo cadesse solo dopo un voto di sfiducia.

  4. Riccardo Fraccaro 18 febbraio 2014 at 16:16

    La mozione è un atto di indirizzo politico del Parlamento rivolto generalmente al Governo, con cui chi indirizza detiene il potere di orientare l’azione altrui, mentre chi è indirizzato pur non essendo giuridicamente vincolato, ove si discosti dalla direttiva impartita, se ne assume la responsabilità (T. MARTINES, G. SILVESTRI, C. DECARO, V. LIPPOLIS, R. MORETTI, Diritto parlamentare, Milano 2011, pag. 336). Con la mozione quindi il Parlamento tende a condizionare l’esecutivo innescando effetti di responsabilità politica.

    La mozione non è sempre unicamente rivolta solo al Governo in carica, anche se come è ovvio, solo quest’ultimo può essere sfiduciato. In alcuni casi, infatti, le mozioni possono esprimere orientamenti del Parlamento con effetti proiettivi futuri.

    In particolare, le mozioni del 14 gennaio 1991 rappresentano “ il tentativo di iniziare a vivere politicamente e parlamentarmente le crisi di Governo ” (intervento di Oscar Luigi Scalfaro di illustrazione della mozione n.1-00460, in Resoconto stenografico della Camera dei deputati del 14 gennaio 1991, pag.77590), per far fronte ai processi di manipolazione partitocratica della Costituzione; con queste mozioni “ si è posto l’obbligo della parlamentarizzazione delle crisi” (in Diritto parlamentare, op.cit., pag. 265). Esse esprimono in sostanza la volontà del Parlamento, rivolta genericamente al Governo, di riportare le crisi nell’alveo parlamentare, secondo lo spirito dell’articolo 94 della Costituzione. Si tratta di “un gesto di responsabilità del Parlamento, di richiamo alle precise responsabilità di un Governo (e dico “di un Governo” perché la mozione riguarda un Governo) ” (in Resoconto stenografico della Camera dei deputati del 15 gennaio 1991, pag.77636).

    Sulla base dell’osservanza delle mozioni approvate nel 1991, si è quindi formata una prassi (per prassi si intende una fonte non scritta del diritto parlamentare consistente in una serie di atti o fatti, indicativa del modo in cui il soggetto che vi si conforma, in mancanza di una norma scritta, intende l’esercizio delle funzioni ad esso affidate), che è stata osservata fino al 2008, quando il Presidente dei Consiglio pro tempore, Romano Prodi, si è presentato alle Camere per riferire sulla crisi politica, evidenziando la necessità della parlamentarizzazione delle crisi (in Resoconto stenografico del Senato della Repubblica, seduta n. 280 del 24 gennaio 2008). Tale prassi non è stata più osservata a partire dalla crisi del Governo Berlusconi nel 2011, che non è stata accompagnata da alcuna comunicazione in Parlamento.

    In presenza di una prassi siffatta, sarebbe stato opportuno e auspicabile che il Presidente della Repubblica, per garantire il rispetto della centralità del ruolo del Parlamento, rinviasse alle Camere il Presidente del Consiglio per rendere comunicazioni alle due Assemblee.

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