Riccardo Fraccaro BLOG

L’università è autonoma rispetto alla politica

Sbaglia chi sottovaluta o cerca di minimizzare l’attacco che il presidente Rossi ha rivolto nei giorni scorsi al professor Gaspare Nevola dalle pagine di questo quotidiano: le parole del governatore, sia pure rivolte a un singolo docente, rappresentano un campanello di allarme, un’avvisaglia preoccupante di un processo di delegittimazione dell’intera istituzione universitaria da parte della politica provinciale. Parole pericolose perché mettono in discussione, in maniera nemmeno tanto velata, le libertà di pensiero e d’insegnamento ancora garantite dalla Costituzione. Con argomentazioni retoriche e pretestuose il presidente Rossi accusa un libero docente di essere nientemeno che contro l’Autonomia – le cui ragioni e importanza non sono tuttavia in discussione – e pretende di imbrigliarne e denigrarne il pensiero scientifico.

Il sistema di controllo orwelliano adombrato nelle parole di Rossi, si scontra inevitabilmente con l’essenza stessa dell’università e in generale della scuola e con il ruolo eminentemente civico che queste sono chiamate a svolgere nella nostra società.

Fin dagli albori l’università si è sempre proposta come luogo di elaborazione intellettuale originale e indipendente rispetto al papato e all’impero. In un contesto dominato allora da una sorta di bipolarismo, dove i poteri si trasmettevano per via ereditaria o divina, i docenti viaggiavano in tutta Europa, scrivevano e insegnavano, occupando uno spazio di elaborazione culturale – quello delle università – del tutto autonomo e libero. Certo, non mancavano i sapienti al servizio del potere, come ovviamente non mancano oggi, ma l’equilibrio che questo “terzo polo” riusciva a garantire era eccezionale. L’università di oggi è ovviamente molto diversa rispetto a quella del passato, nei secoli ha attraversato fasi di notevole contrazione della propria autonomia, ma questo è servito a far comprendere un concetto fondamentale: che senza indipendenza intellettuale l’università perde la propria fisiognomia e può diventare al massimo un laboratorio delegato alla trasmissione di alcune nozioni e alla costante ricerca di finanziamenti.

Fervente sostenitore del modello scuola-azienda, il presidente Rossi evidentemente considera allo stesso modo anche l’università: un’azienda che deve sfornare laureati e nozioni da mettere al servizio del sistema economico e politico, dove i docenti che si permettono di esprimere un pensiero non allineato all’orientamento governativo vengono richiamati all’ordine con atteggiamento padronale.

Le parole del presidente Rossi non vanno prese alla leggera, non solo perché, confondendo il ruolo del libero docente con quello dell’«intellettuale organico», fraintendono completamente il ruolo dell’università, ma soprattutto perché hanno delle conseguenze, indicano, cioè, precisi intenti politici: ridurre l’università da spazio libero di elaborazione culturale ad appendice del governo provinciale o nazionale; stravolgere il sistema di potere all’interno delle università, aumentando il peso della politica e introducendo soggetti “fedeli” e funzionali; reprimere l’indipendenza e l’originalità della didattica e della ricerca universitarie. È un’idea distorta e dannosa, perché l’università e in generale la cultura sono per definizione entità autonome dalle logiche di mercato come da quelle politiche e tali devono rimanere.

 

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