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Porfido: la Provincia di Trento non rispetta le direttive europee? Fraccaro (M5S) interroga il ministro dell’economia

porfido provincia trento«Nel 2006 la procedura di infrazione europea n. 2006/4251 che a causa delle concessioni selvagge e fuori regola gravava sulla Provincia di Trento è stata abilmente schivata grazie alla legge provinciale 7/2006, con cui si garantivano ai cavatori concessioni lunghissime vincolando le aziende a rispettare i livelli occupazionali. La norma, fatta su misura, evidentemente è piaciuta alla Commissione europea, che ha chiuso la procedura di infrazione. Peccato però che a pericolo scampato, le cose siano tornate come prima, anzi, peggio di prima. Aggirando la legge provinciale che essa stessa aveva varato, la Provincia è andata in direzione opposta: con tre successivi protocolli, tradotti in atto normativo con la finanziaria provinciale 2015, Provincia e comuni, con la complicità dei sindacati, hanno concesso proroghe decennali a ditte che avevano licenziato decine di lavoratori, in alcuni casi tutti quelli sul libro paga. Bastava dichiarare “oggettive difficoltà economiche” e il gioco era fatto. Il potere dei concessionari è schizzato alle stelle, mentre le conseguenze drammatiche di questa situazione si sono riversate sui lavoratori, la collettività e l’ambiente. Non tutti sono disposti a chiudere gli occhi di fronte a questo intreccio malsano tra affari e politica e il M5S ha presentato un’interrogazione parlamentare» dichiara il deputato M5S Riccardo Fraccaro, che su questo argomento ha depositato un atto di sindacato ispettivo al Ministro dell’economia e finanze.

«I problemi del settore porfido in Trentino sono di lunga data – spiega Fraccaro –. La realtà, occupazionale e finanziaria è drammatica: negli ultimi anni il 40% dei posti di lavoro è stato cancellato, i lavoratori sfruttati, la materia prima deprezzata. La responsabilità dei politici locali e dei concessionari (personalità che spesso coincidono) è enorme. Si diceva che la legge provinciale 7/2006, assegnando ai concessionari nuove e lunghe proroghe (da 11 a 18 anni a discrezione dei comuni, contro i 9 delle precedenti), avrebbe evitato la messa all’asta delle concessioni e quindi la perdita di posti di lavoro. Per mettersi al riparo dalla procedura di infrazione, con il comma 5 dell’articolo 33 le nuove proroghe erano state vincolate al mantenimento dei livelli occupazionali, pena la decadenza della concessione. Una norma però subito scardinata con i protocolli del 2009 e del 2012, siglati da sindaci, Provincia e sindacati, che di fatto hanno eluso il vincolo occupazionale e aggirato le norme europee. La Provincia di Trento ha poi addirittura regolarizzato il contenuto dei protocolli con la legge provinciale 14/2014 (finanziaria 2015): in caso di riduzione dei livelli di occupazione “per oggettive difficoltà economiche”, la decadenza della concessione non si applica. La situazione arriva all’assurdo se si considera che lo scorso anno il Comune di Albiano ha confermato la concessione di scavo fino al 2028 a una ditta, la Laite Porfidi srl, che già nel 2009 aveva licenziato tutti i suoi dipendenti. Conflitto di interessi, assenza di regole, opacità, sfruttamento del lavoro: il settore del porfido è davvero un far west in balia delle lobby economiche. La situazione attuale non è che la risultante di un sistema eteroguidato, alimentato dalle politiche provinciali. Tutte le modifiche normative introdotte dopo la legge 7/2006, infatti, sono in evidente contrasto con i provvedimenti originari, che avevano permesso la chiusura della procedura di infrazione, e quindi con le normative europee. Se confermato, sarebbe un fatto di estrema gravità, perché testimonierebbe le pesanti responsabilità della Provincia di Trento nella disastrosa crisi del porfido trentino».

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